3-6-9-12. Diventare grandi all’epoca degli schermi digitali – Serge Tisseron

In un’epoca in cui gli schermi sono diventati “paesaggi” quotidiani fin dalla nascita, la domanda che dobbiamo porci è: “Cosa dobbiamo fare con i nostri bambini e la tecnologia?”. Nella preparazione di un corso di formazione per docenti, come Animatore Digitale mi sono imbattuta nel saggio di Serge Tisseron, “3-6-9-12. Diventare grandi all’epoca degli schermi digitali”, in cui ho trovato spunti e riflessioni molto interessanti.

Tisseron non demonizza il digitale, ma ci ricorda che il cervello di un bambino ha bisogno di tempi specifici per maturare le competenze necessarie a gestire l’astrazione di uno schermo. La sua scansione è una protezione, non una punizione:

Prima dei 3 anni: Lo sviluppo ha bisogno di tridimensionalità, di odori, di tatto. Lo schermo è un “mondo piatto” che sottrae tempo all’esperienza senso-motoria, e andrebbe completamente evitato.

Dai 6 anni: È il tempo del gioco simbolico e dell’apprendimento delle regole sociali. Le console possono entrare in casa, ma come attività condivisa, mai come isolamento.

Dai 9 anni: È l’ingresso nel mare di Internet. È qui che iniziamo a costruire la “patente” digitale, imparando che ciò che è pubblico è permanente.

Dai 12 anni: L’autonomia sui social media, ma sempre sostenuta da un dialogo aperto con gli adulti di riferimento.

Oltre ai consigli sulle diverse tappe d’esposizione, ciò che rende il testo di Tisseron davvero prezioso sono i tre pilastri su cui fondare l’educazione digitale, che trovo molto utili sia in ambito famigliare che educativo:

  • Auto-regolazione: Dobbiamo insegnare ad autoregolare la propria esposizione. Innanzitutto regolamentando esternamente i tempi di esposizione e accompagnandoli nella crescita ad una maggiore consapevolezza nell’uso dei dispositivi.
  • Alternanza: Per ogni ora passata davanti a uno schermo, dovrebbero essercene altre dedicate alla manualità, al movimento, alla noia creativa. È l’equilibrio tra bit e atomi di cui parla anche Resnick.
  • Accompagnamento: La tecnologia non è una babysitter. Il segreto è parlarne: “Cosa hai visto? Cosa hai provato? Cosa pensi di quella storia?”. Il digitale deve diventare un argomento di conversazione e uno strumento condiviso in famiglia e a scuola.

Questo testo è fondamentale per ribadire che l’innovazione non è “mettere un tablet in mano a un bambino”, ma preparare il terreno affinché, quando quel tablet arriverà, il bambino abbia già sviluppato il pensiero critico e la manualità necessaria per non restarne ipnotizzato. Insegnare il coding o la robotica educativa (come facciamo con Root o Ozobot) significa proprio questo: passare dal subire passivamente un contenuto digitale al diventarne i creatori consapevoli.

Perché leggerlo:
È un libro operativo, che trasforma la paura del digitale in una strategia educativa serena. È la prova che la tecnologia può essere un’alchimia meravigliosa, a patto che sia guidata dal cuore e dalla conoscenza dei tempi del bambino.

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