Giocare per crescere
Il gioco come diritto, linguaggio e esperienza educativa profonda
Il 28 maggio si celebra la Giornata Internazionale del Gioco, un’occasione preziosa per riportare lo sguardo sul valore profondo del giocare, oggi spesso dimenticato o ridotto a semplice attività ricreativa. Eppure, il gioco non è una pausa dal “vero apprendere”, non è un tempo vuoto da riempire né una distrazione da ciò che conta davvero. Al contrario, è la forma più autentica di scoperta, crescita, relazione. È vita.
Il gioco è un diritto. Lo afferma con chiarezza l’articolo 31 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza: ogni bambino e bambina ha diritto al riposo, al tempo libero e al gioco. Questo diritto, però, rischia di essere compromesso da agende troppo piene, ambienti troppo direttivi o una cultura che ancora troppo spesso sottovaluta l’importanza del giocare, preferendo attività strutturate e prestazionali. Eppure, negare o ridurre il tempo del gioco significa privare i bambini di una esperienza fondativa di senso.
Giocare non è semplicemente maneggiare dei giocattoli. Soprattutto nella scuola dell’infanzia, non significa “intrattenersi” in attesa che inizi la “vera scuola”. Il gioco è la forma privilegiata con cui i bambini apprendono, costruiscono conoscenza, esplorano il mondo e sé stessi. È un processo complesso, ricco di significati, che coinvolge la dimensione cognitiva, affettiva, sociale e corporea. Maria Montessori affermava che “il gioco è il lavoro del bambino”: un’attività seria, profonda, motivata da un bisogno interno e caratterizzata da attenzione, concentrazione, immaginazione.
Nel gioco si sviluppano capacità simboliche, linguistiche, logiche, motorie e relazionali. I bambini si immergono in mondi immaginari, sperimentano ruoli, esplorano regole, costruiscono narrazioni. Ogni gesto, ogni scelta ludica è un passo verso la conoscenza. Il gioco è, dunque, conoscenza incarnata.
Ma è anche relazione. Giocare insieme significa condividere un tempo e uno spazio, allenarsi all’empatia, negoziare, cooperare. È nei giochi a turni, nei giochi simbolici o nei giochi liberi all’aperto che i bambini imparano a stare con gli altri, a gestire conflitti, a trovare il proprio posto nel gruppo. Il gioco è anche linguaggio affettivo, che unisce e crea ponti.
Fondamentale è difendere il gioco come tempo intenzionale e pensato. Non sempre diretto, certo, ma nemmeno lasciato al caso. Lasciare spazio alla libertà del gioco non significa abbandonare il bambino a sé stesso, ma progettare cornici di senso in cui possa agire con autonomia, creatività, profondità.
A scuola, e in particolare nella scuola dell’infanzia, riconoscere il valore del gioco significa progettare contesti educativi ricchi e intenzionali, in cui il gioco non è lasciato al caso né delegato al semplice “intrattenimento”, ma è guidato da uno sguardo pedagogico consapevole, attento ai bisogni, ai tempi e ai linguaggi dei bambini. Non si tratta di far “fare ciò che si vuole”, ma di creare occasioni significative in cui ogni gesto, ogni scelta, ogni materiale diventa occasione di crescita.
Giocare non è perdere tempo. È un modo potente – il più autentico per l’età evolutiva – per conoscere il mondo e abitare il proprio spazio nel gruppo e nella realtà. E il ruolo dell’insegnante nella scuola dell’infanzia è tutt’altro che secondario: è quello di osservare, preparare l’ambiente, valorizzare le domande, favorire connessioni, accompagnare il gioco verso apprendimenti sempre più profondi.
In un tempo storico in cui la scuola dell’infanzia è ancora troppo spesso vista come una semplice anticamera del “vero” percorso scolastico, è fondamentale ribadire che l’infanzia è il centro nevralgico della crescita dei futuri adulti. È qui che si fondano le basi cognitive, emotive, sociali. È qui che, anche attraverso il gioco, si pongono le radici dell’essere e dell’imparare.
Oggi, nella Giornata Internazionale del Gioco, scegliamo di onorare il gioco non come passatempo, ma come forma privilegiata di educazione e cittadinanza attiva. Perché il gioco è una cosa seria. E ogni bambino ha diritto a viverlo pienamente, ogni giorno, con la guida attenta di adulti capaci di ascoltare, progettare, accogliere.


