Oltre l’alunno: l’etica dello sguardo
C’è un rischio sottile che corriamo abitando la scuola ogni giorno: quello di smettere di vedere. Man mano che i gradi scolastici avanzano, il “bambino” tende a svanire per lasciare il posto all’”alunno”. La persona, con il suo carico di emozioni e stupori, viene lentamente assorbita dalla prestazione e dal registro.
Ma cosa significa, davvero, vedere un bambino?
Il volto dell’altro ci interpella e ci affida una responsabilità: non è un oggetto da catalogare o valutare, ma un mistero da accogliere. Nella scuola, questo si traduce nel riconoscere che prima di ogni apprendimento cognitivo deve esserci un riconoscimento esistenziale. Come scriveva Martin Buber in Il cammino dell’uomo:
“L’educatore è colui che deve essere presente […] egli deve essere colui che conferma l’altro nella sua propria esistenza. […] L’insegnante può influire sul carattere solo se egli stesso è una persona e se entra in una relazione viva con l’alunno.”
Alla scuola dell’infanzia, i bambini sanno di essere sempre “osservati”.
Lo sentono sulla pelle, lo vivono come una condizione naturale del loro stare a scuola. Non è un’osservazione giudicante, ma uno sguardo che veglia e accompagna. Questa presenza costante dell’adulto esercita un confine implicito alle loro azioni: è la rassicurazione di essere sempre tutelati e protetti. Sanno che, se il conflitto diventerà troppo grande o la sfida troppo ardua, lo sguardo della maestra sarà lì a sostenerli ed accogliere il loro bisogno.
Purtroppo, osserviamo spesso come, con il passaggio agli ordini successivi, questo cerchio di protezione tenda a sfilacciarsi. Soprattutto nei momenti non strutturati, come l’intervallo, la presenza dell’adulto si sposta fisicamente e mentalmente. La vigilanza avviene dalla distanza, spesso distratta da altre incombenze, e i bambini smettono di percepire quel “vegliare su di loro”, come una presenza amorevole e costante.
In questo vuoto, molti bambini si sentono improvvisamente abbandonati a se stessi, proprio nel momento — quello del gioco libero e delle relazioni spontanee tra pari — in cui avrebbero più bisogno di sentire che l’adulto è lì, testimone attento e garante della loro sicurezza emotiva. Non è solo questione di sicurezza fisica; è il bisogno di non sentirsi “in balia” degli eventi, di sentirsi accolti, tutelati e protetti.
Crescere non dovrebbe significare essere guardati meno, ma essere guardati meglio. Eppure troppo spesso la scuola sembra non occuparsi adeguatamente dell’integrità complessiva della persona, come se si pensasse che “la distanza pedagogica” dovesse per forza tradursi in freddezza e distacco.
La pedagogia montessoriana ci insegna che il docente deve saper praticare, invece, una “osservazione al servizio della libertà”.
“Il maestro deve dare poco e osservare molto; suo compito è preparare l’ambiente e poi ritirarsi, ma restando presente con uno sguardo che incoraggia senza invadere.”
Vedere oltre l’alunno significa quindi rispettare quel “giusto intervallo” che permette al bambino di manifestarsi senza essere schiacciato dalle nostre aspettative, sapendo però di avere sempre un porto sicuro nello sguardo dell’adulto. È la differenza che passa tra il sentirsi controllati e il sentirsi protetti.
3. La scomparsa della prossimità
Questa rarefazione dei gesti di cura sembra essere una tendenza preoccupante man mano che si sale di grado nel sistema scolastico. Eppure, le neuroscienze e la psicologia dello sviluppo confermano che il bisogno di essere “visti” è il motore primario dell’apprendimento.
Daniel Pennac, nel suo saggio Diario di scuola, descrive magistralmente il dolore del bambino che si sente “trasparente” agli occhi del docente:
“I nostri ‘cattivi alunni’ (quelli che diciamo non abbiano avvenire) non vengono mai soli a scuola. In classe entra una cipolla: svariati strati di magone, paura, preoccupazione, rancore… Ma basta un solo insegnante – uno solo! – per salvarci da noi stessi e impedirci di dimenticare che siamo persone.“
Recuperare la prossimità dello sguardo significa accorgersi del silenzio insolito, della mano che esita, della scintilla di orgoglio dopo una piccola conquista. È un atto che deve coinvolgere non solo il singolo docente, ma l’intero team. Se noi docenti non siamo capaci di “vederci” tra noi come persone, difficilmente riusciremo a offrire ai bambini quella rete di protezione invisibile ma solidissima che è lo sguardo educativo.
Dobbiamo tornare a chiederci: stiamo solo sorvegliando una classe o stiamo incontrando degli esseri umani? Stiamo istruendo una mente o stiamo confermando una persona? Perché non c’è crescita autentica se non ci si sente, prima di tutto, riconosciuti come esseri unici e irripetibili.
“L’unico apprendimento che influenza significativamente il comportamento è quello che l’individuo scopre e fa proprio. Questo accade solo in un clima di accettazione e di calore, dove il bambino sente di essere apprezzato per ciò che è, non per ciò che fa.”
Carl Rogers, Libertà nell’apprendimento


