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L’Elogio del Malfatto: dare un volto ai personaggi

Esiste un’idea diffusa secondo cui il digitale sia il regno della perfezione: linee rette, colori piatti, avatar tutti uguali. Nel mio lavoro con i bambini, cerco di scardinare questo stereotipo partendo da una domanda: “Cosa rende un personaggio davvero vivo?”, “Cosa ci rende davvero unici?”

La risposta non si trova in un database di icone predefinite, ma nell’imperfezione di un segno tracciato a mano.

Per iniziare a popolare le nostre storie nel Creators Lab!, siamo partiti dalla lettura de “I Cinque Malfatti” di Beatrice Alemagna. È un albo potente, che celebra ciò che normalmente considereremo un “bug” o un difetto come una caratteristica distintiva. I bambini hanno compreso che un protagonista non deve essere un supereroe impeccabile; può essere bucato, piegato, o “capovolto”. Questa riflessione è il primo passo verso un’identità personale e digitale consapevole: non dobbiamo nasconderci dietro filtri o maschere standardizzate, ma portare la nostra unicità nello spazio virtuale.

Ma come nasce un personaggio quando non sappiamo da dove iniziare? Qui ci è venuto in aiuto Hervé Tullet con “Senza Titolo”. In questo albo, i personaggi sono “in attesa” che l’autore li crei, discutono tra loro, si lamentano. È la metafora perfetta per spiegare il processo di design: prima di aprire un software, dobbiamo immaginare. Abbiamo giocato con l’idea del foglio bianco che prende vita, capendo che nel digitale, proprio come nel libro di Tullet, siamo noi a decidere quando e come far apparire un protagonista.

Il passaggio dal tavolo dell’aula allo schermo è stato un esercizio di artigianato:

  1. Creazione fisica: i bambini hanno dato forma ai loro personaggi
  2. Digitalizzazione: ogni “malfatto” è stato fotografato e caricato sull’app
  3. Animazione: Solo a questo punto il digitale è intervenuto per dare movimento a queste creature.

Lavorare in questo modo significa insegnare che la tecnologia è un amplificatore della nostra voce, non un sostituto. Quando un bambino vede il “suo” mostriciattolo muoversi sullo schermo, capisce che il digitale è uno strumento nelle sue mani.

Creare personaggi “malfatti” non è solo un esercizio di stile: è un atto di libertà creativa che prepara i bambini a non essere semplici utenti, ma creatori autentici, capaci di abitare il digitale con la propria, bellissima, imperfezione.

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